Pubblicato da: silviasettevendemie | settembre 12, 2010

My Son, My Son, What have ye done!

Titolo originale: My Son, My Son, What have ye done! 

Regia:  Werner Herzog

Cast:  Willem Dafoe, Michael Shannon, Chloë Sevigny, Brad Dourif, Loretta Devine, Michael Peña, Udo Kier, Grace Zabriskie, Irma P. Hall, Candice Coke, James C. Burns, Jenn Liu, Noel Arthur, Julius Morck, Stefan Cap, Gabriel Pimentel, Brian Sounalath, James Lacey, Braden Lynch

Distribuzione: Onemovie, USA-Germania, 2009

Guarda il trailer

Brad McCullum ( Michael Shannon) è un aspirante attore, che si sta preparando alla messa in scena di una tragedia greca nella quale interpreta il personaggio di Oreste, l’assassino di sua madre Clitennestra. Una mattina Brad finisce per uccidere sua madre (Grace Zabriskie) con una spada, come avrebbe dovuto fare in scena e si barrica in casa con due ostaggi. I detective Havenhurst (Willem Dafoe) e Vargas (Michael Peña) sono chiamati sulla scena del crimine e cercano di negoziare con Brad. Nel frattempo sopraggiungono anche Ingrid (Chloë Sevigny), la ragazza di Brad, e Lee (Udo Kier), amico di Brad e regista della piece teatrale di cui il ragazzo è protagonista. I due raccontano al detective Havenhurst gli eventi dell’ultimo periodo e insieme cercano di trovare una spiegazione razionale alla tragedia in corso…

Cosa accade quando il maestro assoluto del cinema onirico e visionario incontra il regista della follia, dell’etremo, del distacco dalla realtà? Il risultato è questa pellicola presentata al Festival del Cinema di Venezia 2009, “un film dell’orrore senza il sangue, le seghe elettriche e le scene cruente, ma con una strana paura anonima che striscia piano sotto la pelle”, come lo ha definito il regista Werner Herzog. David Lynch appare nelle vesti di produttore esecutivo, ma la sua mano e la sua influenza sono evidenti, soprattutto in alcune scene e in alcune immagini che rimandano a Twin Peaks e a Mulholland Drive. Herzog è autore anche della sceneggiatura, in coppia con Herbert Golder.  I fatti narrati sono ispirati ad una storia vera, quella di Mark Yavorsky, attore interprete di Oreste in una pièce messa in scena a San Diego, che finì per uccidere sua madre con una spada come fa il protagonista dell’Orestea con sua madre Clitennestra.

Il film inizia con l’arrivo di due detective Havenhurst e Vargas, sulla scena del crimine e con la loro conseguente raccolta di informazioni sull’assassino, Brad, che dopo l’omicidio si è barricato in casa con due ostaggi. La ragazza di Brad, Ingrid, e il suo amico Lee, sopraggiunti successivamente ad una chiamata di Brad, aiutano i detective a comprendere il ragazzo. Così attraverso una serie di flashback assistiamo alla vita di Brad nel periodo precedente il matricidio e scopriamo un ragazzo tornato trasformato da un viaggio in Perù con gli amici terminato in tragedia, un ragazzo che afferma di chiamarsi Farouk, di sentire una voce interiore e di seguire le sue indicazioni, un ragazzo fragile, cresciuto senza il padre, morto quando lui era bambino, e con una madre oppressiva, ossessiva, che vuole continuare ad avere il pieno controllo sulla sua vita come ha sempre fatto. Brad ha due fenicotteri e afferma di aver visto Dio in cucina sulla confezione di biscotti alla farina di avena. Il ragazzo ha evidentemente dei problemi a livello psicologico e ha bisogno di aiuto, ma nessuno nel film sembra rendersene conto, a partire proprio dalle persone che gli sono più vicine, come Ingrid e Lee. Chiaramente Brad si identifica con il personaggio di Oreste, condannato a soccombere e a soffrire sia che decida di uccidere la madre, sia che decida di non farlo. Lo spettatore vede scorrere sullo schermo spezzoni, episodi della vita di Brad ed impara a conoscerlo allo stesso modo in cui lo sta facendo il detective Havenhurst, attraverso la voce di Ingrid e di Lee.

Il film è complesso, articolato, tutt’altro che immediato. La storia si dipana lenta, (troppo lenta!) verso la sua conclusione, e gli episodi della vita di Brad non seguono un filo logico ma sono quasi gettati a caso qua e là; lo spettatore si smarrisce spesso in questa confusione, è disorientato. Tuttavia ci sono delle bellissime immagini e dei riferimenti di natura lynchiana davvero di grande pregio: basti pensare ai colori accesi e alla presenza di un nano in una dialogo tra Brad e l’altrettanto strano zio Ted (Brad Dourif) in un bosco innevato… Le scene sembrano quasi teatrali: ci sono pause e sguardi fissi (Grace Zabriskie in questo è bravissima!  Non a caso è un attrice di lynchiana memoria!)  e lo stesso Brad spesso parla direttamente rivolto alla telecamera, quasi cerchi un dialogo, una comunicazione diretta con lo spettatore.  Inutile dire che Michael Shannon dà vita ad una performance encomiabile: il suo Brad è  intenso, folle, disperato, inquieto, combattuto, malato e tutto questo traspare dallo sguardo e dai gesti e dalla voce dell’attore. La sua performance è tale da mettere in ombra il resto del cast, che per altro è di un livello altissimo, con attori del calibro di Willem Dafoe, Udo Kier, Chloë Sevigny, Brad Dourif

In definitiva un esperimento interessante ma non del tutto convincente.

Conclusione: Da vedere per la performance di Michael Shannon.

Voto: 6

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