Pubblicato da: silviasettevendemie | novembre 8, 2009

Il nastro bianco

Titolo originale: Das weisse Band

Regia: Michael Haneke

Cast:  Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Burghart Klaußner, Steffi Kühnert, Josef Bierbichler, Rainer Bock, Susanne Lothar, Branko Samarovski, Detlev Buck, Mercedes Jadea Diaz, Thibault Sérié, Kai-Peter Malina, Enno Trebs, Anne-Kathrin Gummich, Marvin Ray Spey, Marisa Growaldt, Janina Fautz, Jadea Mercedes Diaz, Sebastian Hülk, Michael Schenk, Leonard Proxauf, Theo Trebs, Fion Mutert, Michael Kranz, Maria-Victoria Dragus, Levin Henning, Johanna Busse, Yuma Amecke

Distribuzione: Lucky Red,  Austria Francia Germania, 2009

Guarda il trailer

Anni 1913-1914. In un piccolo villaggio della Germania del Nord la vita scorre tranquilla. Tutto inizia a cambiare quando il medico (Rainer Bock) si frattura una spalla cadendo da cavallo a causa di un filo trasparente ma molto resistente messo appositamente lungo il suo percorso. Questo incidente non è che l’inizio di una serie di violenze e punizioni che colpiranno vari abitanti… Chi è il responsabile di tutto?

Fresca vincitrice della Palma d’oro a Cannes come miglior film,  questa pellicola intensa e particolare diretta dal bravissimo Michael Haneke vede nella scelta del bianco e nero, nell’assenza di musica,  nei dialoghi scarni e nella religione vista  come binomio continuo tra sacralità e punizione, solo alcuni dei suoi aspetti di forza. Sì, perché il film si presenta in realtà come un vero e proprio ritratto dell’educazione e della religione ossessiva e punitiva della Germania settentrionale protestante  degli inizi del Novecento, osservata attraverso gli occhi del giovane maestro del villaggio, (Christian Friedel) quasi, o meglio di fatto, un corpo estraneo all’interno di una piramide sociale molto rigida, al cui vertice c’è la famiglia del barone (Ulrich Tukur), temuto ma rispettato in quanto fonte di lavoro e sostentamento per l’intero villaggio, seguito dal pastore ( Burghart Klaußner) che definire bacchettone è un eufemismo che applica regolarmente punizioni fisiche e psicologiche ai propri figli rei di non agire in maniera retta e dal medico vedovo con molti scheletri nell’armadio.

Il villaggio è composto soprattutto da contadini e da braccianti, la vita trascorre serena, ma l’atmosfera cambia radicalmente dopo l’incidente del medico che è solo l’inizio di un’escalation di violenza. I bambini osservano impassibili lo svolgersi dei vari eventi. Il loro rapporto con gli adulti è impostato su livelli di formalità estrema, di sottomissione totale, di assoluta freddezza. Lo stesso tipo di freddezza e di asetticità quasi, colpisce lo spettatore, che assiste agli eventi in maniera distaccata, quasi si trovasse di fronte ad una sorta di documentario ma questo non è affatto sinonimo di asenza di interesse, anzi. Sembra quasi di spiare dal buco della serratura all’interno di questo villaggio così “normale”  alla scoperta dei segreti e dei peccati dei loro abitanti. A tal proposito risulta molto azzeccata la scelta di inquadrature mai troppo invasive o cinematografiche, ma quasi rispettose in molti casi dell’intimità dei personaggi: è il caso a esempio del marito che si trova al cospetto della moglie morta  a causa di un incidente sul lavoro; la telecamera è sulla porta della stanza come se non volesse disturbare quel momento di dolore e di raccoglimento.
Haneke descrive di fatto come la continua violenza, malvagità e prepotenza assunta a dosi giornaliere dalle giovani generazioni tedesche abbiano di fatto poi portato alla degenerazione totale  culminata con il Nazismo. Tuttavia il regista stesso ha negato tale legame con il nazismo affermando che “qualsiasi principio, quando viene assolutizzato, diventa disumano. Che sia un ideale religioso, politico o sociale, quando diventa pensiero unico produce il terrorismo. Una certa educazione e cultura in senso assolutista porta a degenerazioni altrettanto assolutiste, al terrorismo, al fanatismo religioso, al Nazismo, anche se questo mio film non è un lavoro sulla Germania o sul nazismo”.

In definitiva una pellicola tutta da scoprire e da gustare con lentezza, la stessa che scandisce le monotone giornate dei protagonisti e di tuti gli abitanti, la stessa che conduce a forme di violenza sempre più atroci e alla scoperta del colpevole.

Conclusione: Da vedere.

Voto: 8

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Responses

  1. […] Giustissimi e meritati invece i premi come Migliore attore non protagonista e Migliore attrice non protagonista andati rispettivamente a Christoph Waltz per Bastardi senza gloria e a Mo’Nique per Precious, superbi entrambi. Come Migliore attrice in una commedia si assicura il premio la sempre impeccabile Meryl Streep per Julie & Julia, che era presente nella categoria con 2 candidature, la seconda per E’ complicato.  Miglior film di animazione è stato Up, che  è stato premiato anche per la Migliore colonna sonora,   mentre Baarìa è rimasto a bocca asciutta, dal momento che il premio come Miglior film straniero è andato a Il nastro bianco. […]

  2. […] non originale avrebbe meritato di portarla a casa. Infine come miglior film straniero avrei premiato Il nastro bianco, un piccolo […]

  3. […] si è aggiudicata l’ Oscar 2010 come migliore film straniero, battendo temibili rivali come Il nastro bianco o Il profeta.  La trama vede Benjamìn Esposito, ex funzionario di giustizia, che da 25 anni è di […]

  4. carino il testo e dure le parole io credo sia giusto quello che ho letto un pelino esagerato ma comprensibile. e sono d’accordo conil segreto dei suoi occhi ha ragione e mi piace


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