Pubblicato da: silviasettevendemie | gennaio 17, 2009

Ti amerò sempre

Titolo originale: Il y a longtemps que je t’aime

Regia: Philippe Claudel

Cast: Kristin Scott Thomas, Elsa Zylberstein, Serge Hazanavicius, Laurent Grevill, Frédéric Pierrot,  Claire Johnston, Catherine Osmalin, Jean- Claude Arnaud, Olivier Cruvellier, Lise Ségur, Mouss, Souad Mouchrik, Nicole Dubois, Laurent Claret, Marcel Ouendeno.

Distribuzione: Mikado, Francia – Germania, 2008

Guarda il trailer

 

 

Dopo quindici anni di carcere per l’omicidio del figlioletto di 6 anni, Juliette (Kristin Scott Thomas) viene rilasciata ed è accolta in casa dalla sorella minore Léa (Elsa Zylberstein), che vive a Nancy con il marito Luc (Serge Hazanavicius) e le due figlie adottive. Juliette e Léa in questi anni non hanno mantenuto i contatti e  sono praticamente estranee l’una all’altra. Con il passare del tempo, però,  Juliette inizierà ad abbattere il muro di solitudine che si era costruita in prigione, mentre Léa recupererà dei piacevoli ricordi legati alla sorella che credeva ormai dimenticati per sempre. Inoltre, grazie alla coabitazione nella grande casa e alla frequente presenza degli amici più stretti, le due donne impareranno a conoscersi tentando nel frattempo di ricostruire il legame interrotto tanti anni prima.

Bellissima e intensa questa opera prima di Philippe Claudel, uno dei più celebri e  apprezzati scrittori francesi, e non a caso autore anche della sceneggiatura.
Il regista e sceneggiatore lo ha definito un “un film sulla forza delle donne, sulla loro capacità di rinascere“. In realtà, a mio avviso, non è solo questo, ma molto di più, se è possibile: è un film sulla verità che si cela dietro le apparenze, sulla verità che ha mille facce, mille risvolti, mille spiegazioni.

Juliette, interpretata da una splendida Kristin Scott Thomas, che mortifica la sua bellezza e si mostra in un aspetto dimesso e con uno sguardo perennemente triste e in pena, fragile, ferita, ha compiuto il peggiore dei crimini: ha ucciso suo figlio Pierre, un bimbo di appena sei anni. La famiglia l’ha di fatto disconosciuta, e lei ha trascorso gli ultimi 15 anni in carcere, senza mai ricevere una visita, all’infuori dell’ultimo periodo nel quale gli assistenti sociali hanno contattato la sorella minore Léa, una bravissima Elsa Zylberstein, che si è costruita una vita pseudo-normale, lavorando come professoressa universitaria, sposando Luc, un lessicografo e adottando due bimbe vietnamite, perché non vuole avere figli naturali, temendo che follia infanticida colpisca anche lei.

Léa accoglie Juliette nella sua casa subito dopo la sua uscita dal carcere e le cose non sono affatto facili: Juliette infatti allontana tutti, a partire dalle nipotine, non parla quasi nè cn la sorella nè con il cognato. L’unica persona con cui sembra aprirsi è il papà di Luc (un Jean-Claude Arnaud muto per l’occasione), un anziano reso muto da una malattia al cervello, che trascorre le sua giornate a leggere e ad ascoltare musica classica. Inoltre i pregiudizi sono presenti sia in casa che fuori: Luc si rifiuta categoricamente di lasciare le sue figlie sole alla cognata e i datori di lavoro ai colloqui, dopo essersi informati sulla causa della sua incarcerazione, la mandano via in malo modo. Poi piano piano inizia la rinascita e la riapertura di questa donna alla vita.

La cosa che lascia stupito lo spettatore è che per quasi tutta la durata del film non si parla dell’omicidio, se non in brevi accenni, e non si capisce il motivo di un gesto tanto efferato e della relativa tranquillità e rassegnazione di Juliette nei confronti dell’episodio, quasi come se fosse una cosa che non le appartiene e che non la riguarda. La situazione si sbloccherà e si comprenderà solo alla fine del film, quando verranno fuori una cieca disperazione e una triste verità tenuta nascosta per tanto tempo. L’ultima frase pronunciata da Juliette poco prima dei titoli di coda è tristissima ma allo stesso tempo di una verità unica, che fa male anche per la sua lucida semplicità (non la cito ovviamente per non anticipare il finale a quanti andranno a vedere il film…).

Ricordiamo che la pellicola si è aggiudicata il premio della giuria ecumenica all’ultimo Festival del Cinema di Berlino ed è stato candidato come miglior film ai Golden Globes 2009, e che Kristin Scott Thomas ha vinto l’European Film Awards 2008 come miglior attrice ed è stata candidata anche ai Golden Globes 3009 come migliore attrice drammatica.

In definitiva una pellicola intensa che racconta una storia di morte e di rinascita, di apparenza e verità, sullo sfondo di una Nancy fatta di cafés, di case borghesi ed eleganti, di  brasseries, e di conversazioni colte.

Conclusione: Da vedere.

Voto: 8

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Responses

  1. A silvia

    Film bellissimo che mi ha fatto riflettere molto, ma per favore ricordarmi la frase finale quella che non scrivi.
    Grazie

  2. Ciao Manuela!
    Innanzitutto volevo ringraziarti x aver visitato il mio blog e per il tuo commento: sn felice ke il film ti sia piaciuto. 🙂
    Per quanto riguarda la frase finale, mi appresto a scriverla, anche se temo di nn ricordarla perfettamente:
    ” Non c’è prigione peggiore della morte del proprio figlio… Da quella prigione non si esce mai…”
    Spero di esserti stata utile.
    Grazie ancora e a presto!


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